Metti una sera a cena: La Casa del Nonno 13

Scrivere di luoghi, vini, piatti, ristoranti della propria area d’origine è sempre a rischio campanilismo, in un verso o nell’altro. Si può essere eccessivamente magnanimi nel giudizio, per amor di patria o intransigenti censori per un provincialismo che si crede cosmopolitismo. Insomma, il recensore si muove per approssimazione o per un uso sconsiderato dell’aggettivazione, alla ricerca di quell’iperbole che azzera ogni credibilità. In ogni caso il recensore rileggerà attentamente ogni singola frase alla ricerca di quel non-scritto che possa essere interpretato maliziosamente.

C’è però un’altra cosa che scopro man mano: è molto più facile che un meridionale conosca adeguatamente una qualche regione del Nord di quanto un settentrionale possa conoscere una del Sud. Per necessità. Non so se questo possa offrire maggiore obiettività al giudizio, ma sento che me ne posso servire, in qualche modo.

Il ristorante Casa del Nonno 13 è in una località (frazione) di Mercato San Severino (SA), non distante dall’ultimo casello dell’autostrada del Sole, la famigerata barriera che introduce poi alla A3 Salerno – Reggio Calabria. Perciò è facilmente raggiungibile. La casa dei miei (non so più se chiamarla casa mia o no) è ad 1,5 km esatti dal ristorante, per cui potrei raggiungerlo quasi a piedi quando sono giù. Siamo nella propaggine est dell’agro Nocerino Sarnese, quasi in congiunzione con la valle dell’Irno, area ancora fertilissima se non fosse per la cementificazione selvaggia che ha caratterizzato gli ultimi 25 anni. Ma ancor più, siamo nell’ultimo lembo di terra del pomodoro san marzano nella provincia di Salerno. Ebbene, uno dei capisaldi della cucina, per volontà del patron Raffaele Vitale e naturalmente dello chef Peppe Stanzione (entrambi ricongiuntisi dopo l’esperienza comune al Ristorante Terra Santa), è proprio il pomodoro san marzano. Ecco, questo è un biglietto da visita che non può essere frainteso: stare al san marzano significa avere un’aderenza territoriale totale, senza discussioni. Stare al san marzano significa riferirsi alla tradizione, ai piatti di quell’area e da lì partire. E non si pensi che questa sia una museruola alla creatività. Tradizione, è l’etimo stesso a ricordarcelo, significa trasmettere (dal latino tradere), quindi è nel più grossolano errore chi crede sia monolitica stasi. Trasmettere reca con sé l’idea di un costante flusso che non può non tenere conto dell’aggiornamento, della variazione sul tema (beninteso, rispettandolo). La cucina della Casa del Nonno 13 è l’adesione alla tradizione da intendere sull’etimo, il suo aggiornamento consapevole, la sua rivisitazione critica.

Le sale sono ricavate da una vecchia cantina e il patron, architetto, ha allestito il locale in modo da far attraversare la cucina a vista, fino ad approdare in questa grossa cava che conserva i tratti tipici dell’origine, un sapore rustico di classe. La carta dei vini – Campania in abbondanza, ovviamente, con uno sguardo non banale sulla provincia di Salerno – è curata dal simpatico Domenico Sarno.

I piatti sono davvero l’abc della cucina del luogo. Io che, senza vanto ma per ragioni semplicemente geografiche, posso dire di conoscerli bene quei piatti, ritrovo in questo locale gli stessi sapori ai quali sono stato abituato (la fortuna di avere avuto nonni contadini e un papà che per passione coltiva un bell’orto mi ha fatto conoscere in modo quasi filologico i sapori del luogo): la differenza è nell’esecuzione non banale e forse nella migliore interpretazione possibile delle materie prime (ugualmente di livello eccelso). C’è molto orto nella materia che arriva in cucina e, ad ogni modo, si tratta sempre di ingredienti che circolano facilmente in zona. Facciamo degli esempi, parlando dei piatti. Tra gli antipasti c’è il duetto, una doppia interpretazione di parmigiana di melanzane (con crema di pomodori san marzano, naturalmente!), il tris di baccalà (crocchetta fritta, mousse e affumicato), la ricottina rivestita di pasta kataifi e appena scottata, con un piacevole contrasto morbido-croccante. In autunno non mancano i funghi porcini o il tartufo nero dei vicini monti Picentini, in estate tortini di zucchine, involtini di melanzane, così come le patate e carciofi in primavera, il cipollotto bianco di Nocera… sempre con quel guizzo di originalità che allieta e sorprende. Nei primi il pomodoro diventa protagonista: si va dai tradizionali paccheri al filetto di pomodoro san marzano alle candele farcite di mozzarella o ricotta di bufala e condite con pomodoro o con sugo alla genovese (abbracciando una tradizione in verità più napoletana che salernitana), gli straccetti con patate, provola e guanciale, secondo una antica ricetta ancora oggi presente sulle tavole di molti, a seconda del periodo o della stagione si possono trovare lasagnette ai funghi porcini, tortelli ripieni di ricotta e tartufo nero. Per i secondi da non mancare il cosciotto d’agnello (provenienza lucana, in genere l’agnello non supera i 5-6 mesi) cotto al forno nel “coccio” di terracotta, servito con cime di rapa “scuppettiate” e patate della vicina Montoro; in alternativa un più universale manzo con salsa all’aglianico o maialino da latte (new entry il maialino nero casertano). Tutti i prodotti sono selezionati con cura e sono espressione fedele (e riconoscibile) del territorio. Con rare eccezioni, si può parlare di ristorante “a km zero”.

Fatevi tentare dai formaggi, se c’è ancora spazio nel vostro stomaco: Raffaele Vitale li seleziona con cura e la scelta è ampia, a partire dai campanissimi a pasta filata, provolone del monaco e podolico, al quasi introvabile pecorino carmasciano, fino ad arrivare ad erborinati di altre regioni italiane.

I dolci sono parimenti notevoli, come la sfogliata rivisitata e il babà su crema d’arancio, tanto per restare in zona, altrimenti, per gli amanti del cioccolato, un tortino di varie consistenze (e sensazioni dolci-amare) che culmina in un croccante.

Volendo essere zelanti, si può rimproverare il mancato accompagnamento del benvenuto (in genere una frittella di fiori di zucca ripiena di ricotta o simili entrée: nel nostro caso una gustosa frittella su spuma di bufala e olive, inoltre una morbida focaccina) con un vino spumante. Oggi in Campania è possibile sostituire il prosecco con numerose etichette. Perché non provare?

Pubblicato in: on 25 7UTC11pm332009 2008 at Commenti (0)
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I vini dell’anno 2008

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Non è una classifica, ma sono segnalazioni alla rinfusa e non si tratta necessariamente dei migliori vini, ma di quelli che assaggiati in un particolare contesto, in quel momento, ci hanno particolarmente emozionato. È solo un caso che vi sia solo un accenno a spumanti e vini dolci e nessuno per i rosati. In realtà ci sarebbe un magnifico Champagne Rosé di cui, però, sciaguratamente non abbiamo trascritto né il produttore né l’annata. Alas! Dal momento che abbiamo deciso di non annoverare vini assaggiati nelle fiere o campioni di botte, mancano bicchieri che ci avevano particolarmente colpito all’assaggio (per esempio uno Sherry Pedro Ximenez dall’età inquantificabile o il calabrese Moscato di Saracena delle Cantine Viola per i dolci, e due franciacortini davvero commoventi dell’azienda Il Pendio di Gigi Balestra). Troverete molti barolo tra i rossi (o meglio, solo barolo con qualche eccezione): non vogliatecene, ma è evidente che nelle Langhe si beva superbamente (e nell’annata 2004, di cui abbiamo avuto modo di bere molti barolo, ci sono solo grandi vini). Tra i rossi manca un campione assoluto di cui però abbiamo bevuto un bicchiere durante una fiera: il Cirò Riserva Duca San Felice di Librandi 2004, un vero fuoriclasse, un segnale chiaro da una regione spesso bistrattata e misconosciuta, ma che vanta nel gaglioppo un protagonista non secondario dei grandi vitigni a bacca rossa italiani.

Tra i bianchi c’è una sostanziale parità tra Campania e Friuli Venezia Giulia (in verità su queste due regioni ci siamo soffermati di più durante l’anno, anche per una nostra naturale predisposizione e accoglienza nei confronti delle tipologie e dei vitigni che queste due aree italiane esprimono), a dimostrazione del livello qualitativo altissimo raggiunto da queste due regioni, specie in aziende piccole in crescita. I fiano d’Avellino segnalati sono ben 3. Non è una forzatura: si tratta semplicemente di uno dei vini che maggiormente sta impressionando per continuità di risultati e per serietà di aziende che pian piano si impongono, seppure con numeri limitati. La fortuna, poi, di assaggiare annate più vecchie ci dice senza esitazione della nobiltà di questo vino-vitigno.

 

Vini rossi

 

Brunello di Montalcino Riserva Case Basse Soldera 1999

Taurasi Riserva Mastroberardino 1985

Barolo Vigna San Giuseppe Riserva Cavallotto 1999

Barolo Brunate Le Coste Rinaldi Giuseppe 2004

Outis Biondi 2004

Barolo Bartolo Mascarello 2004

Nobile di Montepulciano Riserva Crociani 2004

Barolo Arione Gigi Rosso 2004

Barolo Cascina Francia Giacomo Conterno 2004

Gran Cru Chapelle Chambertin Rossignol Trapet 2004

Barolo Monprivato Giuseppe Mascarello 2003

 

 

Vini Bianchi

 

Fiano Clelia Romano Colli di Lapio 2004

Fiano Pietramara I Favati 2004

Fiano Vigna della Congregazione Villa Diamante 2004

Adam Cantina Giardino 2006

Kaplja Damjian Podversic 2003

Trebbiano Valentini 1998

Chambave Muscat La Crotta di Vegneron 2006

Trebez Dario Princic 2003

Friulano Tocai Edi Keber 2007

Malvasia Skerk 2005

Ribolla Anfora Gravner 2001

 

Vini Dolci

 

De Miranda Asti Spumante Metodo Classico 2004

 

Vini Spumanti

 

Dosage Zero Cà del Bosco 2002

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Under the Tuscan Sun: sulle tracce del vero sangiovese - Case Basse di Gianfranco Soldera

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Un diamante è per sempre, recitava un noto slogan pubblicitario. Una bottiglia, si sa, non riesce a farsi tramandare per generazioni, ma esistono e resistono le eccezioni: il celeberrimo 1888 di Biondi Santi, il Taurasi ’34 di Mastroberardino, vari millesimi degli anni 20 e 30 (’26, ’27, ’34, ‘37 ancora reperibili in commercio) di Monfortino… Quel che è certo è che alcune bottiglie per i collezionisti sono come tele per gli appassionati di pittura. E allora un Monfortino potrebbe essere un Cezanne, un Brunello Riserva Biondi Santi un Monet e così via. A questo punto un diamante rischierebbe di avere addirittura meno fascino. C’è un altro particolare da non sottovalutare: il vino è un organismo vivo, in perenne mutazione, proteiforme per statuto. Una bottiglia di vino non ha a che fare con la fissità, bensì col divenire. Va da sé che per il sottoscritto una bottiglia di vino è preferibile al diamante, al di là di qualsiasi valutazione che tenga conto del profitto, del prezzo ecc. E poi, francamente, non mi va di collezionare vino, ma, dopo un tempo adeguato, berlo. Non può esservi nulla di museale in esso (e in ciò si distacca fermamente da una tela).

Sebbene il primo Brunello prodotto dall’azienda Case Basse di Gianfranco Soldera risale alla vendemmia 1977, si può senza forzature includere questo vino nel gotha della produzione enologica mondiale di tutti i tempi. Ecco, questo è uno di quei vini che per fascino, storia, qualità intrinseca, è per sempre, come un diamante.

Non a caso abbiamo voluto pubblicare l’articolo relativo alla nostra visita presso Gianfranco Soldera proprio nel bel mezzo delle festività natalizie. Abbiamo deciso così per il suo valore autentico, per la sua profonda autoctonia, per il cristallino valore del vino, per la suggestione all’assaggio, per la mirabile epifania che il vino suggerisce. Emozioni autentiche per chi ama il nettare di Bacco.p7100029 

Un Soldera è per sempre. E noi siamo dei fortunati, fortunati per aver potuto visitare l’azienda, con lo zampino di Franco Ziliani, che, oltre al proprietario, sentitamente ringraziamo.

Il vino di Gianfranco Soldera si situa davvero in quel miracoloso punto d’equilibrio tra natura e cultura, tra vecchie tradizioni basate su un empirismo frutto dell’esperienza e la più aggiornata verifica scientifica dei fatti. Chi è Gianfranco Soldera? Un contadino intellettuale? Un imprenditore illuminato? È difficile dirlo e ancor più spiegarlo. Possiamo dire che il suo vino nasce dalla cura di ogni minimo dettaglio sia in vigna che in cantina: nulla è lasciato al caso, ma tutto è lasciato alla natura. Potremmo sintetizzare così. Ma perché? Soldera lavora senza diserbanti, senza trucchi e senza inganni, nessun impiego di macchine industriali invasive. Lascia che la natura trovi il suo equilibrio in quello splendido luogo che è Case Basse: esposizione perfetta sud-ovest, illuminazione eccellente, clima ideale, habitat fantastico (in tutte le accezioni possibili). Due potature, diradamento e sfogliatura “quanto basta”, vendemmia manuale. Si perita solo di mantenere nella massima pulizia la cantina.

Gianfranco con la moglie Graziella ha creato un vero e proprio orto botanico con una grande varietà di rose antiche e altre specie di fiori. Piante rare, ulivi, un laghetto. C’è di tutto per sentirsi davvero in una riproduzione del paradiso terrestre. Con cura e passione è stato ricostruito un “ecosistema” all’interno del quale il ciclo della natura ha ripreso a correre a ritmi adeguati. Tutto questo è frutto di ricerche di varie equipe di studiosi: il prof. Vincenzini dell’Università di Firenze si occupa dei lieviti autoctoni che inducono il mosto alla fermentazione, seguendo passo passo tutto ciò che riguarda il processo di vinificazione e oltre: “Evoluzione della microflora di interesse enologico in vinificazione”; il prof. Fregoni dell’università Cattolica di Piacenza studia le “Mutazioni climatiche e stress idrici della vite”. Insomma, contadini sì, ma che non ci si basi sull’empirismo! Basti questo piccolo aneddoto raccontatoci da Soldera: prima di diventare proprietario dei terreni a Case Basse, Gianfranco ha cercato un grande terroir, anche in Langa, zona che per sua ammissione ama tantissimo, poi è giunto a Montalcino, a Case Basse… si è informato presso amici fidati, poi agronomi e poi un vecchio zio agricoltore di cui si fidava. Il suo intento era quello di trovare un’area vocata per la vite, in modo da produrre un vino di gran classe, un campione assoluto. Stando ai risultati nessuno può dire che non ci sia riuscito. Meticoloso, preciso, un carattere nemmeno troppo malleabile, ma animato da grande passione. L’ormai celebre diktat per assaggiare i suoi vini è: “qui non si sputa”. Col cavolo che sputiamo un Brunello di Soldera! Ma Giulio Gambelli non è astemio? “Il mio lo beve”, è la risposta.

Ma prima è d’obbligo un giro per il mirabile giardino. La bellezza di questo capolavoro di botanica è il preludio alla perfezione dei vini. Una tale cura per la natura si traduce inevitabilmente nella cura per il vino. È fin troppo facile rendersene conto.

Tutto questo ci dice alcune cose, forse ovvie, ma che è sempre bene ripetere: 1) per ottenere un grandissimo vino, il terreno con caratteristiche ideali, specifiche per quel vitigno, non potrà mai essere sostituito da un terreno qualsiasi. Se Soldera ha investito molto tempo nella ricerca di quel terreno vuol dire che non si può arrivare per caso ad un grande risultato, ma soprattutto che non si può prescindere dal “terroir”; 2) selezionare i cloni più adeguati, la cura e il rispetto per la vigna dall’inverno fino al periodo di vendemmia (conservando le condizioni pedoclimatiche che naturalmente sono date e che nessun additivo chimico potrà mai imitare), è il secondo passaggio fondamentale per poter ottenere un grande risultato; 3) in cantina tutto deve essere perfetto, dalla pulizia basilare fino alla selezione delle botti migliori, per lasciare che l’uva si trasformi in un gran vino (fermentazione con lieviti rigorosamente autoctoni: “lei farebbe ingravidare sua moglie da un estraneo?”); perfino la forma della bottiglia e naturalmente la scelta del sughero. Queste sono le premesse, poi il vino si fa da solo. Ma eccoci al punto: affinché il vino si faccia da solo c’è bisogno di un lavoro preliminare rigorosissimo e faticosissimo. Occorre studiare tutto per capire come intervenire, se il caso lo richiede. È per via di questo rigore che una botte contenente liquido atto a diventare Brunello, annata 2005, è stata declassata dopo 32 mesi ad IGT Toscana, il Pegasos 2005. Una maturazione precoce. Un nonnulla, bazzecole, quel tanto che basta ad indurre Gianfranco a declassare un suo vino, che, intendiamoci, verosimilmente chiunque altro produttore avrebbe continuato a chiamare Brunello. Cos’è successo? È successo che l’indeterminabilità del vino e della natura ha accelerato i tempi. Ecco una risposta sensata della natura stessa all’arroganza della tecnocrazia. Soldera è ben consapevole della priorità della prima ed è solo per permetterle di agire meglio, per meglio comprenderla, che si addentra in ricerche e studi approfonditi, senza approsimazioni.

Parliamo un po’ prima di assaggiare qualcosa. Gianfranco, veneto di nascita, ci parla del periodo milanese, degli incontri che all’epoca aveva con la politica e la cultura, lui assicuratore nel capoluogo meneghino. Ci parla di David Maria Turoldo, delle sere a teatro, della fertilità culturale di quel periodo.

Parliamo di vino, di quei pochi che, a suo modo di vedere, sono vino e non altro. Qualche piccolo grande produttore di Langa. Come è naturale che sia, Soldera trova più facile una communio con quelli che sono stati produttori, con persone oggi scomparse o più anziane o di pari età: Giovanni Conterno, in particolare, ma anche Bartolo Mascarello, Beppe Rinaldi, Mauro Mascarello. Sui bianchi ha parole d’elogio per quelli di Gravner. Di alcuni di questi parla con rispetto e anche con tenerezza, come quando accenna ai vecchi fiano di Tonino e Walter Mastroberardino. È comunque un piacere sentirlo parlare di vino, pur riscontrando in lui un piglio tanto selettivo che lo spinge a sfrondare fin troppo.

E ora? Come scrivere del suo Brunello di Montalcino? L’unica cosa certa che si può dire è che dopo aver assaggiato i vini di Soldera occorre non solo riscrivere le gerarchie, ma riassettare il gusto. Dopo, con gli altri vini, si fatica ad emozionarsi. Infatti, non bisogna farsi sviare dall’assoluta bontà di quel prezioso nettare. Semplicemente basta considerare il Brunello di Soldera hors categorie, come le cime storiche, più spettacolari, più impervie del Tour de France; insomma, un fuori concorso. La perfezione non esiste, d’accordo, ma se ci fosse un limite che vi tende, in un grafico che la rappresenta nel mondo del vino, quel limite sarebbe proprio il Brunello di Case Base, qualcosa di molto prossimo alla perfezione. Voleva un vino tra i primi 10 al mondo, Soldera. Sembrerebbe il capriccio di un bambino viziato, invece no. Non è così. Anche in questo caso è qualcosa di molto prossimo alla verità.

Noi dalle botti abbiamo assaggiato il 2007, il 2003 e il 2004. Incredibile come da annate non facilissime, il 2003 e il 2007, non molto dissimili nell’andamento climatico, con l’estate molto calda (in particolare il 2003), si possa avere tanta grazia ed equilibrio. Addirittura incomparabile il 2004 per complessità olfattiva, pienezza di gusto, persistenza: vino semplicemente gigantesco, ma di una dinamica interna invidiabile, quasi leggero, bellamente danzando sulla lingua. E credetemi, l’abuso di aggettivi è da considerarsi persino troppo cauto. Dinanzi a tali capolavori cade ogni tentativo di riduzione alla pagina scritta, ogni possibile descrizione organolettica. Il rubino è quello non concentrato, dei vini elegantissimi. Ecco quello che la lingua fin qui può dire. Poi basta. Quel che va chiarito è che i campioni di botte sono vini che possono essere goduti già ora: è un controsenso, ma è così. Ciò non vuol dire che siano vini “pronti”. Essi sono al contempo “pronti” e in perenne attesa di compimento: l’incarnazione stessa del divenire, senza perdere nulla della loro freschezza e giovinezza. Essi sono il ritratto di Dorian Gray, che mai invecchia, ma con una differenza: non hanno nulla della fissità e del monolitico. Sono in costante movimento, cambiano di continuo, ma senza rinunciare mai ad essere pimpanti e giovani, come scrivevo. In ciò, il vino di Soldera si distingue da (quasi) tutti gli altri: ha un tannino morbido, delicatissimo, uno sbuffo sulla lingua e un’acidità che non sconfina mai dal registro. Tutto è integrato. Si tratta di un vino che muterà i rapporti del suo equilibrio durante gli anni, ma mai quell’equilibrio sarà scalfito: muteranno solo i fattori che concorrono a realizzarlo, facendo in modo da ricostruirlo continuamente. Il naso infatti è espressivo da subito, addirittura esaltante, quasi un ceffone per la pienezza, l’intensità, la definizione e la sconfinata varietà dei sentori. Non stiamo ad elencarli, occorrerebbe un catalogo, le 82 valigie di Tulse Luper, i 24 libri di Prospero o quei tomi rinascimentali che tendevano a contenere il sapere. Ecco, ci vuole tutto questo per descriverlo, ma non basterebbe a farlo rivivere.

Per rendere giustizia alla sua grandezza non basta scriverne, occorre berlo!

Pubblicato in: on 25 12UTC1212pm322008 2008 at Commenti (0)

Premio Pavese

Ottava edizione del premio letterario “Il vino nella letteratura, nell’arte, nella musica, nel cinema”. Il bando è aperto fino al 30 aprile 2009.  In allegato il pdf (concorso-pavese1) con le informazioni relative al premio e al bando.

Pubblicato in: on 25 5UTC1212pm332008 2008 at Commenti (0)
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Under the Tuscan Sun: sulle tracce del vero sangiovese – Poggio di Sotto

Poggio di Sotto è uno degli indirizzi più noti per quanto riguarda il Brunello di Montalcino. Paesaggio mozzafiato, con vigne dintorno e Monte Amiata sullo sfondo, non siamo molto distanti dall’abbazia di Sant’Antimo, in località Castelnuovo dell’Abate. Come la stragrande maggioranza dei produttori in Montalcino, Piero Palmucci non è natio del posto, ma ha individuato nel borgo senese un importante luogo d’elezione del sangiovese e, aggiungiamo, un’area in cui il commercio e gli affari non vanno poi così male. Come molte delle aziende produttrici di Brunello, la fattoria Poggio di Sotto è stata acquistata in tempi recenti: le prime vigne nell’89. Infatti quella che doveva essere la riserva 2001 è stata chiamata Il decennale in omaggio alla decima vendemmia condotta sulle vigne aziendali. In estate il luogo è meta di continui “pellegrinaggi” turistici, in prevalenza stranieri che rappresentano una fetta importante, direi decisiva, di clienti per l’economia del posto. Anche le visite in azienda rappresentano un business. Poiché le richieste sono tante, molte aziende ilcinesi hanno pensato bene di smaltire un po’ di traffico e di limitarlo, ponendo il vincolo di degustazioni a pagamento. La tenuta di Franco Biondi Santi è addirittura chiusa per tutto il mese di agosto ed è stata tra le prime a pensare a delle vere e proprie visite guidate che culminano nella degustazione di qualche prodotto. Così, a seguire, anche le altre hanno trovato vincente tale formula. Ancora una volta la Toscana, e in particolare il Senese, si ritrova ad essere la regione italiana più americana in fatto di business vinicolo, di marketing enologico e turismo enogastronomico.

Si spiega anche per questo una febbre dell’oro che spinge ad investire in quell’area, una spasmodica ricerca di appezzamenti, anche un paio di ettari, pur di esibire il marchio Brunello di Montalcino. Tutto ciò provoca anche l’espansione della superficie vitata, spesso in aree con esposizioni niente affatto eccellenti, che magari in precedenza erano destinate alla coltivazione di foraggi quando non addirittura boschive.

Fortunatamente non è questo il caso di Poggio di Sotto che vanta vigne in una delle aree più vocate di Montalcino. Anche la filosofia aziendale è piuttosto accorta, proponendo solo due vini, il Brunello e il Rosso di Montalcino, senza equivoci e contaminazioni. In più c’è la mano delicata ed esperta di Giulio Gambelli che lascia esprimere al sangiovese una grazia inconfondibile. Vini di stampo tradizionale, ma che riescono ben a coniugare il volto signorile, quasi austero dei grandi vini d’antan, con un riverbero di dolcezza non artefatta, ma tipica dei vini in questione. Quindi botti di grande capacità per l’affinamento, macerazioni medio-lunghe, nessun interventismo falsificante in cantina, attenzione e rigore in vigna.

C’è da dire che il caldo di quei giorni in cui sono stati condotti gli assaggi ha condizionato non poco le bottiglie, che se stappate già solo al mattino e lasciate lì mostravano inequivocabilmente segni di stanchezza (questi purtroppo sono anche i limiti di una condotta che tende a privilegiare visite da turismo mordi-e-fuggi, ma pazienza). Eppure, nonostante queste disattenzioni, s’intuisce il profilo tipicamente “sangiovesco” (per adoperare un aggettivo del caro amico Mauro Erro), anzi, brunellesco, di quei vini. Il 2003, come è stato già ampiamente ricordato da tanti giornalisti professionisti, agrotecnici ed enologi, è annata piuttosto ardua da domare per via delle alte temperature fatte registrare. Il Brunello quindi ha sofferto come tutti gli altri vini della Penisola. Eppure, quel tono caldo e quella concentrazione che si poteva temere non si è vista nel 2003 di Poggio di Sotto, dal colore brillante, rubino non eccessivamente carico. Al naso la bottiglia mostra qualche cedimento, per il problema già prima accennato, ma al palato si riprende, rivive una freschezza che offre dinamismo, contrasto, alternandosi alla naturale dolcezza che il vino esprime. Tannini di grana finissima. Certamente c’è da risentire ancora quel liquido, in un bottiglia ben conservata, per capire fino in fondo il valore assoluto di quel Brunello che si è solo potuto intuire.

Discorso simile per quel che riguarda il secondo vino aziendale, il Rosso di Montalcino 2005, in una bottiglia troppo esposta al caldo e col liquido dimezzato, per via di precedenti degustazioni. Forse in questo caso meno danneggiata del Brunello (ma temperatura di servizio troppo alta) e dove più chiara è stata la lettura del vino. È un piccolo Brunello, un fratello minore che ci fa intravedere, in scala, la grandezza del maggiore. Infatti al di là del colore, bello, vivo, limpido, c’è una pari performance olfattiva e gustativa, con grande coerenza tra la dolcezza fruttata che dal naso si ripropone al palato, scavando in profondità: marasca sotto spirito, fiori secchi appassiti, erbe aromatiche da macchia mediterranea (ben in evidenza l’alloro), un tratto ferroso. Elegante, lungo, tannini morbidi.

Più ancora che i barolo (dal carattere tutto proprio, fascinosamente misterioso, tutto da decifrare, estremamente piemontese… e poi c’è chi continua a dire che i vini non hanno nulla a che vedere con i territori di origine), i brunello tradizionali non sono vini difficili, non intimidiscono i degustatori. Sono avvolgenti con profumi mediterranei e una piacevole matrice terrosa, sono meno austeri di quanto ci si possa aspettare. Sono vini che tutti possono bere con piacere (a parte, talvolta, la indigeribilità dei prezzi…).

Pubblicato in: on 25 7UTC1212pm342008 2008 at Commenti (0)

Del perché il gambero teme il Barolo… e Alfio Cavallotto!

Che i produttori amino bere i propri vini su quasi tutto ciò che si può mangiare a tavola è risaputo, ma che su gamberi in tempura o appena passati in padella o crudi ci si beve un barolo, giuro, è la prima volta che lo sento. Il bizzarro accostamento è suggerito, con ferma convinzione, dall’amico Alfio Cavallotto, che, con i fratelli Giuseppe e Laura, produce eccellenti barolo in quel di Castiglione Falletto.
L’affermazione mi ha dapprima sorpreso provocandomi un attacco di fragorosa risata, poi ho cercato di capirne la ragione. Alfio sostiene che i Giapponesi comprino molto barolo per berlo sul crudo di pesce. De gustibus. E poi, quale pesce? Un conto è il tonno rosso, un conto sono i delicatissimi gamberi.
Alfio incalzava: “dopo aver mangiato il gambero, se ci bevo un barolo dietro mi scompare tutta la sensazione di pesce e appiccicaticcio che rilascia e mi invoglia ad un altro boccone”. Bene, d’accordo, il punto non è il residuo appiccicaticcio o la sensazione di pesce, ma il sonoro ceffone che il barolo dà a questo piatto che gioca su sensazioni gustolfattive delicatissime. Il vino e il cibo dovrebbero viaggiare insieme, senza una sovrapposizione che provoca la scomparsa di uno dei sapori. Non c’è solo abbinamento per contrasto, ma anche per concordanza: ad una complessità dell’uno dovrebbe corrispondere la complessità dell’altro, alla struttura dell’uno quella dell’altro… ma poiché il barolo è un vino di importante struttura e complessità e i gamberi in tempura vivono di preparazioni molto più semplici e delicate, c’è una pesante superiorità del vino sul piatto che tende a svanire sotto la progressione del barolo (la cui persistenza, per giunta, è anche superiore). Giuseppe, invece, sembra avere idee più istituzionali e dice che ci berrebbe volentieri un Fiano di Avellino, che a quanto pare è uno dei suoi bianchi preferiti (e la cosa non può non farmi piacere).
Ma sì, Alfio, va anche bene se a te piace così. Io, però, il tuo Bricco Boschis (e in particolare la riserva Vigna San Giuseppe) lo trovo fantastico su un risotto al parmigiano con una punta di aceto balsamico. Provare per credere!

Pubblicato in: on 25 4UTC1212pm402008 2008 at Commenti (2)

Note sparse sul Merano Wine Festival

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Appena due parole sul Merano WineFestival, a distanza di quasi un mese dall’evento. In due giorni abbiamo potuto assaggiare molto, tuttavia il caos che s’incontra davanti ai semplici e troppo anonimi banchetti dei produttori lascia qualche perplessità. Qui di seguito ci saranno solo impressioni sui vini, quasi una rubrica da “flash e dediche” per dirla con un intertitolo montaliano. Di diverse aziende abbiamo già parlato o ne parleremo in separata sede.

Una soddisfazione costante, una sicurezza e una sorpresa continua me la concede sempre la Mosella con i suoi raffinati e “idrocarburici” Riesling: sugli scudi i prodotti del sempre affidabilissimo Joh Jos Prum, ma anche Fritz Haag si pone costantemente ai vertici. Il riesling è, invero, l’unico tipo di vino che riesco a bere con una facilità che definirei preoccupante: il basso grado alcolico, la gradevolissima acidità che equilibra sempre la ricercata dolcezza, lo rendono davvero irresistibile. E come dice l’amico Mauro Erro, come diavolo si fa a non innamorarsi di un vino così?

Avrei da ridire alcune cose sulla mia Campania, ma soprattutto c’è un particolare che mi turba: il Taurasi Centotrenta di Mastroberardino (è la prima volta che l’assaggio), un ’99 riserva che ha subito un affinamento più lungo, mi è sembrato poco performante, tanto da non riconoscere in esso quei ’99 anche di recente bevuti con grandissima soddisfazione e che profumano di fiori secchi (tanto da sembrare di stappare un prodotto di bellezza) da svenirci. Bottiglia sfortunata o di fatto ha subito un trattamento diverso dal semplice prolungarsi dell’affinamento in bottiglia? Attendo lumi in merito (e magari commenti da chi sapesse darmi ragguagli).

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Mi ha felicemente sorpreso la Falanghina Via del Campo 2006 dell’azienda Quintodecimo del prof. Luigi Moio, decisamente profumata, ma senza banalizzazioni, con una bella grinta e finezza al palato. Il legno c’è ma non si vede, potremmo sentenziare divertiti. Buono anche il fiano Exultet 2006, da vigne in Lapio. Da premiare la ricerca verso un affinamento più lungo, come si conviene ai tre grandi bianchi campani, capaci di sfidare il tempo. Strutturato e ricco il Terra d’Eclano, aglianico Irpinia, sebbene io vada privilegiando profili più snelli e sottili. In attesa del loro Taurasi… c’era davanti al loro banchetto Salvatore Molettieri, nelle vesti di semplice ospite-degustatore.

Scopro con mia grande esultanza che l’ultima annata del bianco Efeso (da uve mantonico) della celebre famiglia calabra Librandi, il 2006, ha trovato un pregevole equilibrio con il legno: è splendido, ricco e fine ad un tempo, agrumato, vivace, lungo. La riserva Duca San Felice 2004, vecchio cavallo di battaglia dell’azienda, uno dei simboli del Cirò e del gaglioppo, è una bottiglia stratosferica, ancor di più di come ricordavo le altre annate; coloro che già ne hanno scritto adducendolo ad esempio di finezza, tanto da parlare di strada calabrese al pinot nero, non si discostano di molto dalla verità: perturbanti trasparenze, naso finissimo e intenso, palato di velluto con tannini estratti con maestria. Bravi loro, bravo Lanati (avevate dubbi in merito?).

In Sicilia ammirevole Gulfi della famiglia Catania, seguita dal bravissimo Salvo Foti, con i suoi cru di nero d’avola dell’annata 2004. Semplicemente inappuntabili e di grande complessità e ricchezza di sfumature il Neromaccarj e il Nerosanlore’! E intrigante il nuovo nato, un nerello mascalese dell’Etna del 2004.

Sempre di riferimento per me gli aglianico del Vulture di D’Angelo, con il Vigna Caselle esemplare come sempre, un aglianico sempre tendente all’eleganza con naso tipicamente sulfureo, di pietra focaia e in bocca di importante trama tannica, ampio, lungo, con sentori di liquirizia che lo rendono quasi baroleggiante.

Salendo lungo la Penisola, in area Brunello, Il 2003 di Biondi Santi è di una finezza commovente benché più pronto del solito e già capace a concedersi adesso. Buono il Poggione con il 2004 in anteprima (credo che chi ha lavorato con sangiovese senza fare intrugli strani porterà a casa una super-annata!). Precisi, rigorosi, i vini di Col d’Orcia (senza Poggio al Vento), con la riserva 2000 godibile già ora; mi è piaciuto persino il cabernet, l’Olmaia, io che in genere non vado d’accordo con le sue note vegetali.

Come sempre in pole position nel chiantigiano la Fattoria di Felsina, con i suoi Riserva Rancia e il Fontalloro: di entrambi negli ultimi tempi mi sto godendo vecchie annate.

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In Piemonte troviamo gli amici Alfio e Giuseppe Cavallotto, che con i loro barolo Bricco Boschis (in particolare la riserva Vigna San Giuseppe 2001 è di indiscutibile valore) sempre più si impongono come azienda di riferimento, accanto ad altre celebri e storiche, nelle Langhe.

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Splendido, di rara eleganza e femminilità, il Barolo Bricco delle Viole 2004 di Vajra, da uno dei bricchi più elevati del comune di Barolo. In grande spolvero il 2004 Vigna Chiniera dall’omonima vigna in quel di Monforte, di Elio Grasso che ho risentito dopo alcuni mesi. Ottimo, energico, di finissima (ma tenace) grana tannica il Falletto di Serralunga 2004 di Bruno Giacosa, così come il Barbaresco Asili pari annata. In mancanza del loro prodotto di punta, il Vigna Rionda Riserva, i Massolino difendono il loro nome con gli altri due ottimi cru di Serralunga dell’annata 2004, il Parafada e il Margheria, con il primo dotato già di una grazia e bevibilità adesso, forse per via dell’affinamento che avviene in legno piccolo, mentre il secondo mostra tutta la sua energica trama tannica serralunghina, la solida struttura e la gradevole acidità che lo rendono adatto ad una lunga tenuta nel tempo. Sempre apprezzabile il lavoro della Cantina dei Produttori del Barbaresco, con un buonissimo Barbaresco “base” (per così dire) 2004 (c’era anche l’annata 2005), mentre ha classe da vendere uno dei tanti cru riserva prodotti, il Pora, in degustazione.

Salendo ancora e andando in Val d’Aosta, è sempre un piacere risentire l’intrigante la gamma di vini della Crotta de Vigneron del bravo Andrea Costa, con adesso un nuovo spumante Ancestrale prodotto in comune con la Cave de l’Enfer.

C’era una ressa dinanzi ai borgognoni e tra i pochi champagne presenti, ma ho avuto modo di apprezzare uno Chablis 1er cru del 2000 e qualche altro chardonnay della côte d’or, tra cui un Mersault particolarmente convincente. Ad una serie di Gevrey Chambertin che ho potuto sentire (tra cui anche un 1er cru e un gran cru) ho di gran lunga preferito un Pommard.

 

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A breve alcune foto.

Pubblicato in: on 25 2UTC1111pm102008 2008 at Commenti (1)

Under the tuscan sun: sulle tracce del vero sangiovese – i Brunello del Podere Salicutti

 

A Montalcino gli affari precedono la passione? – Un innamorato del Brunello e di Montalcino: Francesco Leanza. – Una riserva che sarà grande.

 

 

A Montalcino è notte, sì, ma non tutte le vacche sono nere (mi predoni Hegel). Forse in questo momento è la rappresentazione più tipica della vicenda italica, tra le sue mille contraddizioni: ci sono grandi potenzialità, grandi risorse, ci sono i furbi, che rischiano di macchiare l’intero nome e la sua percezione fuori dai confini comunali, e coloro che invece credono in ciò che hanno e che possono dare e tirano dritto per la loro strada, sapendo, se non di essere nel giusto, secondo logiche manichee, almeno di non avere scheletri nell’armadio. C’è anche chi, invece di starsene in disparte in nome di qualche italica tradizione omertosa, cerca di essere chiaro e parla alla luce del sole, smascherando irregolarità, abusi o forzature.

Noi di Divino Scrivere non abbiamo nulla contro chi pianta altre uve e ne produce vini: ognuno è libero e ha diritto di compiere la scelta che gli sembra migliore. Se qualcuno a Montalcino pianta cabernet o merlot o syrah è libero di farlo. Basta semplicemente dichiararlo.

Quando in agosto abbiamo deciso di fare una puntata a Montalcino era non tanto per inseguire la puzza di bruciato, per cogliere qualche produttore in flagrante o per screditare il nome di questo bel borgo tra le colline senesi. Dobbiamo, però, anche rilevare (e abbiamo avuto già modo di scriverne) come in queste terre magnifiche si fa di tutto per commercializzare anche l’aria che si respira. È un male? È un bene? Non sta a noi dirlo, ma di certo è un segno di come gli “affari” siano diventati a tal punto protagonisti assoluti da lasciare talvolta in second’ordine la qualità di ciò che si produce. Quando l’ansia del commercio supera di molto il prodotto commerciato dovrebbe sempre scattare un campanello d’allarme…

Tuttavia, come scrivevo sopra, siamo andati alla ricerca di grandi sangiovese. Nel mese di agosto è difficile trovare produttori disposti ad aprire le porte ai visitatori, anche perché spesso quegli stessi produttori sono in vacanza, altrove, o semplicemente prendono una pausa dal caotico flusso di turisti. Ciononostante, dalla piccola lista di produttori che avevamo pensato di visitare siamo riusciti a calare un tris d’assi.

La mattina dell’8 agosto abbiamo appuntamento con Francesco Rosario Leanza del Podere Salicutti. Gli avevamo telefonato pochi giorni prima. Non avevamo ancora avuto modo di bere i suoi vini, ma da fonti certe c’era stato dato il suggerimento e ci siamo fidati (occorre quanto meno condividere i gusti della fonte, altrimenti è del tutto vano e poco soddisfacente l’incontro). In teoria sarebbe stata una giornata da bianchi più che da rossi, date le temperature, ma al riparo, nella cantina di Leanza, c’era il clima giusto per farlo.

Francesco Leanza ci aspetta nel suo studio. La veduta dal podere Salicutti, a circa 450 mt sul livello del mare, è splendida: di sotto una delle quattro vigne di proprietà, quella denominata Il Piaggione, solo sangiovese grosso destinato al Brunello (che sull’etichetta appunto prende il nome di questa specifica vigna); di fronte c’è l’Amiata che svetta. L’esposizione è sud-sud-est. Le prime viti piantate qui risalgono al ’94, quindi si tratta di un impianto relativamente recente. Leanza è un chimico di origine siciliana (il suo accento lo tradisce facilmente), che, dopo un periodo di lavoro a Roma, ha deciso di trasferirsi a Montalcino e di vinificare. Ma quanti sono gli ilcinesi rimasti? ci interroghiamo sorridenti… È un uomo attento, Leanza, che osserva per recepire quante più informazioni si possono avere ad un primo sguardo dall’atteggiamento delle persone che ti sono di fronte, ma che, come tutti i meridionali, dopo un iniziale momento di studio si apre con massima disponibilità.

La cantina, con i suoi angoli oscuri, le mura perimetrali a delimitarla, è il lato segreto della vinificazione e in quanto tale esprime direttamente il segreto della coscienza dell’uomo. Nella cantina, come nella coscienza, ognuno opera le sue scelte, al chiuso, in segreto, al riparo dagli sguardi indiscreti.

È questo che ci ha detto Leanza, quasi fosse un avvertimento, un monito a sospettare di ciò che appare in superficie. Avvertiamo una consonanza con lui. Non sembra un uomo di cui si debba diffidare: appare limpido, genuino, non di quella superficiale e propagandata genuinità che si risolve in melliflue manifestazioni, ma lo è nel profondo.

È meticoloso: ci mostra, da dove siamo, tutte e quattro le sue vigne (sono circa 4 ettari totali), ci consegna dati, numeri, destinazioni delle uve, esposizioni, altitudini (basta dare un’occhiata al sito aziendale per avere un’idea della meticolosità di Leanza). Nulla viene lasciato al caso. Il podere, che è anche agriturismo, mette di buon umore con la sua pietra che si adagia tra il verde dei boschi e delle vigne. Tutta questa bellezza non può essere sprecata e Leanza non può realizzare vini cattivi: è un assioma che poco ha a che fare con la matematica, ma è così. Niente pesticidi, niente concimazioni dannose: la coltivazione è biologica. Ma soprattutto non si può mancare ad un accordo non scritto con il sangiovese e con la terra di Montalcino. Il Brunello è per Leanza sangiovese grosso. Stop. Tutto quanto messo in discussione sul disciplinare potrebbe rivelarsi il maldestro tentativo di cercare alibi a posteriori. Questo non lo dice apertamente, ma è il nostro pensiero.

Quando ci accomodiamo in cantina, Francesco ci spiega i tempi, i modi della vinificazione. Un paio di cose ci hanno colpiti, tra queste la cattiva reputazione che ha presso di lui il rovere di Slavonia. Ha cominciato con botti di rovere di Slavonia di 40 ettolitri, ma via via li sta sostituendo con botti di legno francese delle stesse dimensioni o di 20 ettolitri. Inoltre ci sono i tonneaux che in parte servono per l’affinamento del suo cabernet, il Dopoteatro, in parte per il sangiovese destinato a Brunello. Da alcuni anni la fermentazione avviene su lieviti indigeni, a temperatura sempre controllata, intorno ai 30°. La produzione non è molto ampia, si parla di poche migliaia di bottiglie di Brunello, variabili anche a seconda dell’annata. In effetti la cantina è piccola e le botti non sono tante.

Assaggeremo proprio dalle botti, in anteprima, vari campioni. Non ha molto senso dare note di degustazione su vini in divenire, ma in alcuni casi si riescono già a cogliere informazioni importanti e, nel caso della riserva 2004, ci siamo trovati di fronte a un vino già grande. Il giovanissimo futuro Brunello Piaggione 2007 è il più carico nei colori tra quelli assaggiati: rubino profondo che tradisce la sua gioventù. Profumi piuttosto primari tra il floreale e i frutti rossi, molto puliti, con sensazioni che rimandano alla macchia mediterranea (il vino riposa in tonneaux). In bocca è ancora scomposto (potrebbe essere altrimenti?) con tannini aggressivi, ma sarà probabilmente un vino caldo, date le premesse, che probabilmente raggiungerà la sua espressività in un ciclo temporale minore rispetto agli altri campioni. Stiamo, ad ogni modo, parlando di un campione che diventerà Brunello e sarà commercializzato solo nel 2012. Il 2006, da botte di rovere francese di 40 hl, è appena più scarico del precedente nel colore, ma più profondo al naso, dove accanto alla ciliegia si fa strada un tratto terroso che contraddistingue questi Brunello nello stesso tempo fini, eleganti e maschi. In bocca è caldo, ma di una vivace freschezza, pulito e coerente all’olfatto; mostra una bella trama, solida, ma con una sfilacciatura a centro bocca, evidentemente dovuta ad un affinamento ancora tutto da farsi. Del 2005 sentiamo due diversi campioni: uno da botte di rovere di Slavonia da 40 hl ed uno da tonneaux. Il primo reca con sé il tratto tipico del contenitore, quella sensazione che qualcuno definirebbe “sfecciata”, ma di cui si libera dopo poco nel bicchiere. Si tratta di un Brunello quasi compiuto, con una maggiore complessità e armoniosità olfattiva, dove la frutta dalla ciliegia comincia a virare verso la prugna, con l’aggiunta di sentori di sottobosco, il solito tratto terroso a conferire ricchezza e imprevedibilità, note speziate. L’attacco in bocca è caldo, ma esprime anche buona freschezza; al momento è quello che si distende con maggiore piglio e precisione. Appare più elegante al naso il fratello che sosta nel tonneaux, con un’articolazione ancora più determinata e pulita al palato, dove il carattere del sangiovese trova felice espressione prolungandosi in un finale contrastato tra sapidità e buona dolcezza. Sarà compito di Leanza compiere poi il giusto taglio. Straordinario, invece, il campione di Brunello Riserva 2004 da rovere francese di 20 ettolitri: un vino che già all’assaggio dalla botte sembra “fatto” (non a caso Leanza aveva lasciato presagire un imbottigliamento in tempi brevi per l’ulteriore lunga sosta in bottiglia fino al 2010, quando sarà commerciabile). Rubino di media concentrazione, brillante, intenso, come un vero sangiovese ha da essere; naso inappuntabile, profondissimo, ampio, elegante, caldo, in dialogo tra una matrice terragna e toni dolci, con cenni di rosa e viola appassite, ciliegia e prugna sotto spirito, con i classici refoli terrosi, erbe aromatiche, macchia mediterranea, ampio ventaglio di note di sottobosco, ricordi autunnali, tabacco, eppure incredibilmente balsamico, quasi a richiamare qualche nota nebbiolesca. È di un’intensità che si ripresenta in bocca in termini di persistenza; anche qui le note calde dialogano con una vivacità balsamica che donano classe al vino, all’interno di un ordito tannico di grande finezza. È uno di quei vini che si comprerebbe “en primeur” se fossimo in Francia. Si tratta di vini tipici, che esprimono il carattere del sangiovese, sempre a metà strada tra una maschia, terragna sicurezza di sé e un dolce, accomodante concedersi: la forza che si traduce in eleganza.

Infine, proviamo il cabernet Dopoteatro 2007, da tonneaux. Colore rubino con riflessi violacei, molto intensi e concentrati. Al naso infatti è molto caldo, con un timbro fruttato tendente più alla mora di rovo e al ribes nero, poi il tipico sentore vegetale di peperone in evidenza, qualche spruzzata di pepe. Bocca coerente, calda, ampia, potente. Si tratta di un bel cabernet, nonostante la mia ritrosia ad assaggiarlo (purtroppo non mi sono ancora riappacificato con le note di peperone).

Dopo aver bevuto il futuro Brunello riserva 2004 di Leanza siamo ancora sicuri che il sangiovese in purezza non può trovare espressione in terra ilcinese, come qualcuno ancora sostiene?

Pubblicato in: on 25 10UTC1111pm182008 2008 at Commenti (0)

Serata Verdicchio all’Enoteca Fiorini

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Il verdicchio è proprio un gran bel vitigno, è vero. Non è tautologia, non è retorica: bisogna dirlo più spesso e farlo presente ai consumatori. Sì, soprattutto ribadirlo, dato che ancora oggi nell’immaginario comune il suo nome è sinonimo di vino semplice, snello, da supermercato: l’esatto contrario della verità. I tempi cambiano e se decenni fa l’anfora di Fazi Battaglia era utile a diffondere l’immagine di quel vino marchigiano oltralpe, oltre-Manica e oltreoceano, oggi quella stessa bottiglia, per il semplice fatto di continuare a gironzolare tra gli scaffali della grande distribuzione, sembrerebbe sufficiente a screditare tutta la categoria. Eppure non è così. A ben guardare i produttori di verdicchio raramente vantano numeri sensazionali: oggi è molto più facile trovare su quegli stessi scaffali chardonnay siciliani, traminer altoatesini e falanghina campana, talvolta vini di discreta e buona fattura talvolta no (ahimé com’è raro trovare un punto d’incontro tra quantità e qualità! Bravi i pochi che ci riescono). L’unico che di solito incontro nella grande distribuzione è il verdicchio “base” di Ampelio Bucci, di cui tutto si può dire tranne che sia un cattivo vino.

Ricordo che circa un anno fa in una degustazione-festa coperta, con amici a Napoli, quello che era un Verdicchio di Matelica (per la cronaca uno straordinario 2004 Collestefano) aveva un naso talmente minerale e affascinante da poter esser scambiato per chissà che, se non fosse stato per la solita grande struttura che si palesava alla bocca (ma con una acidità quasi da riesling!).

Ebbene, mercoledì scorso all’Enoteca Fiorini ci siamo divertiti con 4 verdicchi secchi ed un passito.

3 dei Castelli di Jesi ed uno di Matelica. Annate tutte differenti, per avere la massima indeterminazione e per ridurre il più possibile un approccio didattico. Anche questo è una sorta di incontro carbonaro più che un incontro di degustazione. Si beve per aver piacere nel farlo. Tutto qui. E magari per dimostrare che in più produttori sono in grado di realizzare un buon prodotto. Come al solito non mancava un buon piatto, questa volta è toccato ad un salmone preparato in modo più elaborato per esaltare insieme la struttura e la freschezza dei vini in degustazione. Il passito invece è stato accompagnato da varia pastecceria secca.

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Il primo campione è il paradigma del vitigno e della tipologia Castelli di Jesi, il Verdicchio “base” di Ampelio Bucci. Un po’ penalizzato dall’annata 2007 (naso più semplice del solito, maggiore rotondità, ma anche minore tensione gustativa a causa degli estratti e della glicerina che risultano più percettibili, in un bianco che già normalmente viaggia su parametri piuttosto alti sotto questo aspetto), pur non brillando, si è dimostrato un vino affidabile. Ho di recente bevuto un 2006 che paradossalmente sembrava più giovane, fresco e pimpante del 2007. Ad ogni modo nel 2007 i riflessi tipici del vitigno, quel verdolino che stria il color paglia, erano ancora vivi. La consistenza nel bicchiere era tuttavia evidente. Naso ancora fresco, floreale, ma meno espressivo e verticale. I toni caldi cominciano già a mostrarsi. Ricordi di pera matura, qualche cenno di esotico. In bocca, pur non essendo molto ampio, è appagante, solido, con un finale appena più semplice, per via della sensazione piuttosto calda data dal misto di alcol e glicerina. Nel bicchiere non è però monocorde, evolve, rilassandosi col trascorrere dei minuti fino a perdere quegli accenni alcolici che disturbavano il corredo olfattivo.

 

È la volta del Verdicchio Classico Superiore Vigna delle Oche 2006 della Fattoria San Lorenzo. Verdicchio esemplare e vino di gran classe, quasi all’unanimità eletto il migliore della serata. Lunga sosta sulle fecce fini per quel che riguarda la vinificazione, ma già prima, gran rispetto per la vigna e l’ambiente da parte del suo artefice, Natalino Crognaletti. Paglierino non molto carico che tende a dissimulare invece la ricchezza di materia e la forza che il vino esprime al naso e al palato. Il registro olfattivo è intrigante: fresco e intenso con note di fiori bianchi, mela golden, sensazioni di buccia d’arancia, erbe di montagna, finocchietto selvatico, anice, una lieve speziatura, ma soprattutto un tono quasi roccioso che si mostra ancor prima che in bocca. In bocca ha un ingresso sontuoso, elegante e nello stesso tempo molto teso, con un’acidità ancora molto spiccata, ma che riesce ad equilibrare anche l’importante struttura del vino, conducendo il liquido verso un finale vibrante, ricco, quasi salato. È un vino dalla doppia anima: fresco e reattivo da un lato, ricco e potente dall’altro. Di certo è quello che maggiormente impegna il palato, inducendolo a salivare costantemente sia per l’alta acidità che per la componente minerale accentuata. Davvero un gran bel vino che può sfidare il tempo (del resto le riserve stanno lì a testimoniarlo, come pure il progetto del titolare di uscire con bianchi a distanza di molti anni dalla vendemmia), ma che già ora dimostra la sua stoffa.

 

A seguire c’è l’unico Verdicchio di Matelica: il Cambrugiano 2004 della cantina sociale Belisario. Una percentuale del vino viene affinata in barrique, a donargli ricchezza. Fortunatamente il vino non stanca, avvalendosi di un buon nerbo e dimostrando una buona capacità di tenuta e di evoluzione nel bicchiere che gli conferisce finezza. Giallo paglierino dorato, piuttosto intenso, ha un naso già orientato verso toni più maturi e sul terziario, con note di buccia di arancia, girasole, tocchi di cannella, ma che incredibilmente sa donare una freschezza balsamica di menta ed eucalipto a distanza di qualche ora. Non si tratta di un vino grasso, come la bocca rivela: ricco sì (sicuramente quello dotato di maggiore struttura), ma dinamico, con un’acidità ben viva a sorreggere il sorso. Tiene bene il palato, riuscendo a dominarlo senza tuttavia sfiancarlo. È maturo, ma non stanco e soprattutto il legno non diventa una variabile impazzita ed invadente. Si estende anche con buona lunghezza e chiude con piacevoli ricordi agrumati.

 

Infine il Verdicchio dei Castelli di Jesi Riserva Novali 2002 delle Terre Cortesi. Anche in questo caso una percentuale sosta in barrique. È stata la bottiglia meno performante della serata, con naso serrato, impenetrabile, ma anche poco comunicativo, con qualche sentore di bruciaticcio. Anche quando se ne libera non riesce a decollare, lasciando un’idea di stanchezza, di vorrei-ma-non-posso. In bocca esprime altrettanta ritrosia, risultando piuttosto esile (vittima anche dell’annata probabilmente) e incapace di allungarsi fino in fondo.

 

Si chiude con il Verdicchio dei Castelli di Jesi Passito Frigidum 2001, sempre della Fattoria San Lorenzo. Colore ambra a ricordarci l’età e la tipologia. Naso finissimo e dominato da sentori agrumati: zagara, quasi un profumo di acqua di rose, poi ancora una volta buccia d’arancia, stavolta candita, cedro, albicocca secca, spezie dolci. Vino dolce di rara eleganza, si lascia bere facilmente, aiutato da una grande acidità e non surclassato dalla melassa che spesso caratterizza tale tipologia. Anzi, l’articolazione del liquido al palato è un chiaroscurale rincorrersi di note calde e dolci e di una furente freschezza (nomen omen, potremmo sentenziare), con finale lunghissimo e pulito. Più che da pasticceria è un vino da meditazione o al limite da formaggi stagionati e erborinati.

Pubblicato in: on 25 6UTC1111pm442008 2008 at Commenti (0)

Si può parlare, con equilibrio, di vino?

Ieri è apparso un articolo di divertita ironia sul blog di Luciano Pignataro, a firma di Paolo de Cristofaro che, scherzando, scriveva di detestare il Montevetrano, quasi dal profondo del cuore, fingendosi un infiltrato nella verticale di alcune annate della celebre etichetta. Evidentemente quell’articolo ha fatto discutere “a porte chiuse”, data la pubblicazione stamani di una breve corrispondenza via mail tra Pignataro e De Cristofaro che ritornano sull’articolo in questione.

Pur preferendo altri vini in Campania, devo ammettere che in un ipotetico mondo in cui ci si trovasse quasi esclusivamente con autoctoni o botti grandi (come si auspica, naturalmente scherzando, De Cristofaro), alcuni di quei grandi vini figli degli anni ’90, che hanno inaugurato una nouvelle vague nell’Italia enologica, non subiranno alla lunga i problemi di un’inversione modaiola perché hanno saputo trovare una loro misura, come ha scritto recentemente parlando di modernità e tradizione Ernesto Gentili in un articolo sul blog vino dell’Espresso.

Il Montevetrano non è un vino caricaturale, non fa la corsa su altri vini. È un solista, in qualche modo. È lecito preferirgli qualche altro vino, come talvolta succede pur riconoscendone con consapevolezza un’innegabile importanza e una sua grandezza (anche il sottoscritto ha i suoi rossi preferiti in Campania, quei 7-8 tra i quali il Montevetrano non rientra, come si capisce da alcune cose che ho scritto a riguardo, ma non è l’ultimo in classifica, sia chiaro).

Forse oggi in Italia, dopo il superamento di un’euforia che ha generato anche dei mostri (ahimé di  vini sbagliati ce ne sono ancora molti, forse anche troppi), si può parlare con calma e senza pregiudizi di quei vini che sono nati in quel periodo (alcuni dei quali di ottima fattura ed equilibrio). Personalmente dico sempre che il vino è punto di equilibrio tra natura e cultura, a patto che la seconda non scada in un abuso della tecnica, dando scacco matto alla prima, cancellandola.

Forse continuerò a preferire un grande aglianico ad un grande cabernet per un mio gusto personale (ho sempre qualche problema con le note verdi e “peperonate” del secondo: e ricordo di averlo detto chiaramente a Francesco Leanza di fronte al suo Dopoteatro, in seguito all’assaggio che era stato preceduto da quello di uno splendido Brunello: ne scriveremo a brevissimo), ma se si tratta di un grande cabernet o taglio bordolese, non costa molto ammettere che sia tale (si può dire del Sassicaia che è un vino cattivo? Credo di no e non perché si chiama Sassicaia), come forse continuerò a preferire un vino che tende ad essere meno forzato possibile e meno costruito possibile, con una genuina curiosità per i naturali e vini veri (quando realizzati con cognizione di causa). Ma i gusti cambiano, le persone evolvono. Resta il rispetto per chi è riuscito a trovare, nel vino realizzato, una stabile identità, più forte di questi cambiamenti in atto. Ognuno in possesso di una qualche consapevolezza enoica si divertirà poi a bere come meglio ritiene opportuno.

Pubblicato in: on 25 1UTC1111pm032008 2008 at Commenti (0)